caterina morelli

 

 

 

“Per me gli oggetti sono sempre stati più vivi degli esseri umani. Più stabili ma anche più espressivi. Più stimolanti per via dei loro contenuti latenti, con una propria memoria che supera di gran lunga la memoria umana. Gli oggetti celano dentro di sé gli avvenimenti di cui sono stati testimoni e sono dunque animati. Una forte emozione lascia sempre un’impronta indelebile sugli oggetti toccati, che sono a loro volta capaci di trasmettere tali emozioni a ricettori particolarmente sensibili.”

Jan Švankmajer

 

(…) Si appresta a fronteggiare il confezionato universo

Di sedie, scrivanie, lenzuola gualcite dal sonno.

E’ questo il regno dell’apparizione che svanisce,

Fantasma oracolare che su gambe a spillo digrada

A un nodo di biancheria, il classico mucchietto di lenzuola (…) ”

Sylvia Plath

 

Visione mondana, questo fantasma di stanza. Il materasso, il lampadario, il telefono sono spettri che invadono il vuoto.

Questa è la stanza del sonno, dell’abbandono e dell’amore adolescenziale. Pour l’été, pour l’hiver, con il ventilatore e la coperta all’uncinetto della nonna. Un’improvvisa e straniante mancanza di realtà, un’inspiegabile scompiglio di cose vere, simulate a tromple-l’oeil, dipinte e riflesse, si confondono le une nelle altre. A “soqquadro” ciondola dal soffitto il simulacro di un lampadario. Dondola una sedia nello specchio spiritato. Un disegno nervoso ne delinea i contorni e il cuscino è di “ricamo su muro con fili di lana”. Lì si ostenta lo spettacolo e la seduzione del doppio, dell’illusione e dell’evocazione fantasmica. Si dimostra il latente assenteismo della materia che ora è solo effigie consapevole dell’artificio, verosimile apparizione, irreale epifania evanescente. Affine alla ricostruzione poetistica dell’universo operata dal surrealismo boemo, la “stanza” ora ostenta la sua costante meraviglia e una sottile componente erotica diffusa. Un minuto è cento anni e viceversa: come nel castello della “bella addormentata” tutto è fermo, immobile e bloccato dall’incantesimo della tredicesima fata. Il telefono non funziona e le luci non si accendono. Come in un “sogno lucido” di rara esattezza siderale e allucinazione, un minimale archivio di affetti (una romanticheria esistenziale) si presta in una surreale ricostruzione-classificazione di icone domestiche scarnificate, dissimulate, appena accennate sulla tela. Scoperto nascondiglio di “giochi di bambola” e palcoscenico della tenera parodia di un rituale femminile quotidiano che ha già avuto luogo in un altro tempo, ecco che la camera da letto – vissuta, sospesa, desueta, in via di completa sparizione - è luogo di candido abbandono del reale. Di essa rimane la sintesi, la fascinosa seduzione della rassomiglianza, l’imbroglio della pittura e del ricamo, che ora si dispongono in una sofisticata elegia del bianco. Bianco neve, bianco latte, bianco crema, bianco innocente, bianco sporco, bianco purezza, bianco incolpevole, bianco “celestiale”, bianco ospedaliero, bianco mistico, bianco perverso. Tutt’altro che linde e brillanti, tutte le “cose” hanno il colore della nebbia e della perla. Si rifrange la luce nei pendenti del lampadario. Il bianco è ingiallito, diffuso, impertinente; si infiltra tra i pochi colori fregiandosi delle sue macchie, imperfezioni e ricercate gradazioni impure. E in questa meticolosa ricostruzione delle cose della notte e del silenzio, anche Ago trapassa a telaio le tele, crea sovrapposizioni, ombre chiare e velature; sentenzia la sua fascinosa “materia” sul misero colore. Le tele sono preziose reliquie descrittive che si consultano nel portariviste.

Esposti alle morbose indiscrezioni del passante voyeur, il “calore” di un interno, la “biancheria” e gli accessoires indispensabili al quieto vivere di una signorina del varieté (o stramba novizia), provocano infine la leggerissima vertigine dell’irreale perché in fondo, nella loro “presenza-assenza” assomigliano pericolosamente a quello che sono.

 

patrizia silingardi

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