Stefano W. Pasquini

Scarica il comunicato stampa

Visualizza il catalogo

THE END



La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito, l’oppio dei popoli.”

Karl Marx


Il concetto di droga, come quello di tossicomania, presuppone una definizione istituita, istituzionalizzata: vi necessita una storia, una cultura, delle convenzioni, delle valutazioni, delle norme, tutto un reticolo di discorsi connessi, un’esplicita o ellittica retorica.”

Jacques Derrida


Che bello o forse che tristezza vedere sul treno per Milano signore e signorine delle boutique che si sono fatte belle e tutte tirate per andare alle sfilate…”

Alessandro Jumbo Manfredini


The end è un epitaffio, un’affermazione lapidaria che come nei vecchi film pone un termine ineluttabile e nostalgico ad una storia che si è compiuta secondo i crismi dell’epoca in cui si è svolta. A differenza del passato, cui di norma la fin-de-siècle aveva destato un sentimento di angoscia e decadenza1, e nonostante nel caso si tratti di un secondo “Mille e non più Mille”, la fine del Ventesimo Secolo si è distinta in arte per un afflato di fiducia verso il futuro e la tecnologia, con il ritorno alle limpide istanze moderniste, concettuali e minimaliste, non senza contemplare un rinnovato gusto per l’ibridazione e la sofistificazione conseguente ad un’incredibile incremento quantitativo delle istanze duchampiane. Per quanto riguarda la tempra emotiva riferita al contesto storico-culturale, bisogna dire che il felice entusiasmo liberale implicito nell’abbattimento del Muro berlinese, cui peraltro si vuole addurre il principio di questa epoca transizionale, si compie nella terribilità di un’altra distruzione, questa volta contraddistinta da violenza inaudita: le spettrali rovine dell’Undici Settembre, il Terrorismo, New York rasa al suolo come lo furono Dresda e Hiroshima. This is the end”, musicavano i profeti del Morrison Hotel.

Conforme alla temperie di tali sgangherati fondali destroy, la ricerca artistica di Stefano W. Pasquini s’impone a livello estetico come una drammatica presa di coscienza che mette in discussione la sopravvivenza stessa del concetto di umanità. Nel tentativo di elaborare questo lutto attraverso un caustico ed ironico lavoro di cordoglio, l’arrendevolezza sprezzante, la malinconia decadente, l’inquietudine della catastrofe annunciata e della fine inesorabile distingue la selezione di lavori presentati. E, nella prepotente evidenza che la classica concezione del bello risulti inadeguata a significare la mostruosità della nostra era, egli celebra il poverismo e l’inconsistenza dei materiali, il riciclaggio scanzonato e democratico, l’estetica del rifiuto, il trash e kitsch, nondimeno asserendo quello spontaneo disgusto-diniego di tradizione punk-underground o della Blank Generation2. In evidenti tempi apocalittici, fondamentale risulta poi essere una sua ferma posizione di critica verso le istituzioni religiose e l’improbabile conforto spirituale auspicato dal cattolicesimo. E, infatti, pur sempre con scanzonata leggerezza e a dispetto delle tradizionali predicazioni in cui si proclamano la consolazione salvifica e la remissione divina, è ribadita l’intossicazione religiosa, il pervertimento morale, l’inadeguatezza e la violenza concettuale del Verbo divino. Esaustiva in questo senso la presenza di alcuni lavori in cui avviene il cortocircuito semantico ove si intrecciano religione e tossicofilia. Per Pasquini ecco allora che, come in un appropriato “paradiso artificiale”, il Golgota è un affollato “Pet Sematary”3 o piccolo presepe blasfemo, i santini e le effigi sono precarie figurine attaccate sommariamente a qualsivoglia macigno incontrato per strada, e non da ultimo, ma anzi come emblema, è il prelievo di un cartello stradale di norma posto ai margini della sonnolente provincia, sul quale sovente si legge l’iscrizione “DIO C’È” ad indicare la presenza di un pusher di eroina, di un “ministro” in grado di procurare l’indescrivibile sensazione del famigerato Flash, per forza omologo all’estasi mistica, all’epifania religiosa. Nel sottrarsi all’aristocrazia dell’apparenza e non senza colti riferimenti alle compiante avanguardie storiche, Pasquini perviene in questi modi alla “primarizzazione” dell’ubiquo eternamente ripetuto assegnandovi lo statuto di caput mortum, di cosa unica, irregolare e marginale, per cui, infine, l’oggetto d’arte è marxista “cosa sensibilmente soprasensibile”, irreprensibile ed effimera icona della contemporaneità finalmente riscattata dalla banale reiterazione industriale. In particolare, di contro all’utopia nichilista, la rumorosità mondana del residuo postmoderno si placa nella ricercata occasione in cui è possibile la contemplazione artistica e il conseguente principio “religioso/lisergico” della “veneratio4.



patrizia silingardi




1 “Non c’è mai stata epoca che non si sia sentita, nel senso eccentrico del termine, «moderna» e non abbia creduto di essere immediatamente davanti ad un abisso. La lucida e disperata consapevolezza di essere nel mezzo di una crisi decisiva è qualcosa di cronico nell’umanità.” WALTER BENJAMIN, I «passage di Parigi», 1926

2 “Estetica catastrofica del caos, del rottame, dello strappo, del collage, del recupero e della manipolazione: estetica della pura negazione e del capovolgimento sistematico di tutti i valori. Le usuali gerarchie sono letteralmente messe sottosopra: il brutto prende il posto del bello, il cattivo gusto si autoproclama buon gusto. Come nell’alambicco di un alchimista folle, ciò che vi è di più vile si trasforma in ciò che vi è di più prezioso. Tutti i valori si invertono e si annullano, omologandosi; il caos è celebrato come un nuovo ordine e l’oscuro, il torbido sono l’unica luce tollerata.” PATRICE BOLLON, Elogio dell’apparenza. Gli stili di vita dai Merveilleux ai Punk, 1991.

3 DEE DEE, JOHNNY, JOEY, MARKY RAMONE, Drain Brain, 1989.

4 “La veneratio è un movimento silenzioso perché sospende e fa tacere i desideri soggettivi, le passioni individuali, le affezioni disordinate che pretendono d’imporsi rumorosamente contro il dato divino, mondano, umano, che esigono la loro realizzazione senza vedere e capire la realtà, che corrono verso l’utopia e la distruzione, oscillando tra tracotanza e desolazione, tra esaltazione e depressione.” MARIO PERNIOLA, Transiti. Filosofia e perversione, 1998.