Anna Lisa Bondioli

 

 

 

 

“Qui accanto sboccia un’aiuola di viole, un’allodola vi ha fatto il nido: e sono belle ma non le più belle, e care sono, ma non tante care (…) Innalzate per me un palco di seta e di piume, ornatelo di vaio e di colori purpurei, scolpitevi colombi e melograni e pavoni dai cento occhi, intessetelo di grappoli d’oro e d’argento, di foglie e argentati fiordalisi: il compleanno della mia vita è qui.”

C. G. Rossetti

 

Le piume, le galline e il pollaio, i rovi e le siepi incolte, i nidi e i gatti rossi selvatici, le ghiande e le bacche, i gerani e le margherite del prato, le porcellane sbeccate e le ortensie come già sfiorite al loro apice. Non l’aulico giardino romantico del giovane vate, sempre pervaso di edere e preziose rose pendule sul cui fondo si stagliano gli aloni e i fuochi fatui di Pomona e degli altri angeli solo di passaggio attimale.  Il nobile estetismo vittoriano e preraffaellita colmo di vacuo e perverso deliquio spirituale è declinato nella più dimessa prosa del quotidiano, negli altrettanto idilliaci piccoli accadimenti domestici che si sfumano nel ripetuto e sempre uguale girotondo delle ore. Anna Lisa Bondioli racconta le favole spurie del cortile, gli eventi obsoleti del “retro della casa”, dello spazio intimo e dimesso che accoglie gli schiamazzi dell’aia, il silenzio dei fiori e delle cose impolverate. Come in stato di convalescenza e crepuscolo di color sangue coaugulato, tutto di cupi bruni tendenti al cremisi, piccoli appunti, infinitesimali miniature fotografiche si sovrappongono in un caleidoscopio narrativo la cui trama si compone di istanti tanto irrilevanti quanto poeticamente fondamentali. Con regressione e velato recupero di antico decadentismo che riporta al primordio e all’aura tardo ottocentesca del calotipo, del dagherrotipo carte-da-visite interessato dall’unicum esclusivo - e nel contestare la scontata  velocità dell’epoca digitale che ha raggiunto la massima reiterazione impersonale - sono proposti una serie di ritratti e incorniciature nemmeno troppo perfette realizzate con le alchimie della ricetta gastronomica della nonna/mamma/sorella. Le stampe sono il risultato di pazienti e assonnate lentezze in cui gli ingredienti poveri e naturali – l’albume d’uovo montato a neve, sensibilizzato dalla chimica “spicciola” del nitrato d’argento cristallizzato e del cloruro di ammonio – trattengono debolmente la memoria onirica e i disegni dal sole.  L’immagine ottenuta è per forza evanescente, sfocata, delicatissima e investita di spiritismo infantile pronto a rivelare la sua segreta natura umbratile e cangiante.  Ogni frame è “oggetto”, simulacro e documento di vita; piccola “pittura”, preziosa e delicatissima reliquia interessata da una reale e complicata vitalità che ne muta le velature coloristiche e gli iniziali toni d’esposizione. Niente è immobile e tutto piano piano tende alla sparizione e alla scomparsa poiché lì l’atmosfera racchiusa prosegue il suo ciclo esistenziale di deperimento e dispersione.  L’instabilità di odori e rumori, di aria e di luce mostra le sue fascinose metamorfosi a ribadire l’istanza della fenomenologia e del transitorio che infine trionfa sul desiderio di eterno ed immutabile da sempre perseguito dalla fotografia. A corollario di tutto ecco poi che si mostra la fisicità immanente della realtà, con i vasi e le viole, i cimeli corrotti, gli accumuli di piume e le ruggini della reti di recinzione.  Presenza e assenza, realtà e illusione si confondono nella rarefazione dello spazio, stabilendo per contrasto una riflessione concettuale sul tempo perduto. Ogni “ritratto”, lungi dal voler essere  mera sperimentazione tecnica solo evocativa,  restituisce invece una reale testimonianza di quell’effimera animula  fluttuante e fiabesca delle cose che altrimenti andrebbe a perdersi nell’oblio e nei meandri dei ricordi apparentemente più umili e insignificanti.

 

Patrizia Silingardi